La comunicazione, ieri, oggi, domani.

Katia Garrì




Comunicare è vita di relazione perché… “L’uomo è un animale sociale” (Aristotele).



Questo significa che il desiderio dell’essere umano è poter vivere in armonia, con le altre persone, e questo è possibile grazie alla condivisione di attività, di pensieri, di parole.

In famiglia, a scuola, sul lavoro ci sono norme di comunicazione diverse, stabilite dal ruolo che si ricopre nei rispettivi contesti. Tra maestro e alunno, tra capoufficio e sottoposto, tra collega a collega, tra padre e madre, tra genitori e figli; ogni relazione regola la comunicazione.

I problemi di relazione dipendono, purtroppo, troppo spesso da problemi di comunicazione.

Questo significa che è necessario imparare una cultura della comunicazione, osservando prima di tutto, il modo in cui ciascuno di noi parla, si esprime e manifesta il proprio comportamento comunicativo.

In letteratura è riconosciuta la grave mancanza, da parte delle istituzioni scolastiche, di non insegnare un efficace comportamento comunicativo, e questo, a discapito degli alunni stessi, che si troveranno da adulti, a dover affrontare, quasi sui banchi di scuola, un apprendimento comunicativo, del quale, ora hanno bisogno.

Oggi, per essere al passo con i notevoli e veloci cambiamenti che la nostra società sta vivendo, diviene indispensabile la consapevolezza di ciascuno, di rivedere le proprie conoscenze e capacità ed integrale al mondo globale e informatizzato che ci avvolge e coinvolge.

Siamo costantemente bombardati da una miriade d’informazioni. Ognuno è costretto a filtrarle, per non rimanere sommersi o soffocati da esse. E, in questo contesto così ricco, c’è un’unica arma che

possiamo affinare, che permette di metterci al riparo da mascherate informazioni o da false promesse: è la comunicazione. Per il linguista Roman Jakobson russo naturalizzato statunitense, la sua teoria si basa sulle sei funzioni comunicative che si associano alla dimensione dei processi comunicativi, è stato uno dei primi studiosi a proporre uno schema per chiarire la struttura e le caratteristiche dei fenomeni comunicativi che possono essere applicati alla comunicazione umana, alla comunicazione di massa e ai linguaggi animali. Il suo modello ci fornisce una presentazione semplificata della comunicazione, e non dà importanza alla complessità, della profondità e degli effetti dei fenomeni di interazione umana.

Funzioni del linguaggio in sei parti:



1.Funzione emotiva
2.Funzione fàtica
3.Funzione conativa
4.Funzione poetica
5.Funzione metalinguistica
6.Funzione referenziale
La funzione emotiva è incentrata sull'emittente. Viene posta in essere quando l'emittente dell'atto linguistico ha come fine l'espressione dei suoi stati d'animo.

La funzione fatica è incentrata sul canale di comunicazione. Essa si realizza quando un partecipante dell'atto di comunicazione desidera controllare se il canale è, per così dire, aperto (esempio: domande del tipo "Mi segui?, mi ascolti?")

La funzione conativa è focalizzata sul ricevente. Essa avviene quando tramite un atto di comunicazione l'emittente cerca di influenzare il ricevente (esempio: "Vai da lei!"). La funzione poetica è incentrata sul messaggio. Avviene quando il messaggio che l'emittente invia all'ascoltatore ha una complessità tale da obbligare il ricevente a ridecodificare il messaggio stesso (ne sono un esempio molte frasi pubblicitarie (o frasi di poesia del tipo "Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura").

La funzione metalinguistica è quella riferita al codice stesso. Ossia quando il codice "parla" del codice (un lampante esempio sono le grammatiche).

La funzione referenziale infine è incentrata sul contesto. Essa è posta in essere quando viene data un'informazione sul contesto (esempio: "L'aereo parte alle cinque e mezza"). Non è concepibile alcuna cultura umana senza comunicazione. Si perdono nelle ombre remote della preistoria anche le origini dei sistemi di comunicazione a distanza – che fossero tamburi, segnali di fuoco o di fumo, gesti o suoni modulati come quelli che si scambiano anche altre specie animali.


Ma una delle caratteristiche fondamentali del genere umano è la ricchezza e la complessità del suo linguaggio – che è e rimane fondamentalmente “lingua parlata”. Nel palese e vistoso dominio dei mass media siamo portati un po’ troppo facilmente a sottovalutare il profondo valore, e l’enorme potenza, del dialogo individuale.

La vita è comunicazione…

Già! L’argomento è complesso, ma (se ci azzardiamo a semplificarlo) possiamo dire che la vita è comunicazione. Un essere vivente non è un “oggetto materiale”, è un’idea. È un disegno strutturale che governa l’aggregazione delle molecole, che si evolve con la sua capacità di riprodursi, che continuamente modifica l’ambiente e ne è modificato. La vita, se non comunica, non esiste. La comunicazione è particolarmente importante per la nostra specie. Non può esistere un essere umano senza una complessa ed evoluta capacità di comunicare. Che, di base, è un “istinto”, una caratteristica genetica. Ma in gran parte è apprendimento. Un bambino comincia a percepire ancora prima di nascere. Ma poi deve affrontare un lungo e impegnativo percorso per distinguere la sua identità e quella degli altri, capire come si comunica. È uno sviluppo che dura per tutta la vita – non si finisce mai di imparare. Se è così per ognuno di noi come persona, lo è anche per ogni comunità, organizzazione, ambiente culturale.

La scrittura

Non c’è mai stata un’epoca in cui la comunicazione fosse solo “lingua parlata”. Nei millenni dell’evoluzione umana c’era stata una convergenza fra rappresentazione visiva e linguaggio, che aveva portato a sistemi complessi di grafia, in cui è difficile distinguere fra ideogrammi concettuali e segni che rappresentano parole, suoni, numeri o strutture espressive. Non abbiamo finito di scoprire le origini della “lingua scritta“ ed è probabile che, più attentamente si studiano, più si tende a risalire a epoche più antiche. Ma sembra chiaro che la scrittura, come la intendiamo oggi, è nata circa cinquemila anni fa. Possiamo chiamarla “la nascita della storia”. Possiamo chiederci se l’abbiano sviluppata prima i Sumeri, gli Egizi o i Fenici (cui si attribuisce la definizione di un alfabeto fonetico). Ma comunque segna un cambiamento fondamentale. Che coincide con lo sviluppo dell’agricoltura, il passaggio da nomadi a stanziali e la definizione di sistemi di governo, norme e leggi, su scala più ampia di quelle delle tribù. Le prime scritture furono di contratti, regole e decreti – venne più tardi l’uso per la letteratura, la poesia, la storia e il pensiero. Insomma la scrittura è uno strumento che è nato dalle necessità di una fondamentale fase evolutiva della nostra specie – e che da allora ne segna profondamente lo sviluppo. Non sempre ci rende più sapiens, ma è un fatto che senza la parola scritta non potremmo essere ciò che siamo e che stiamo diventando.

La stampa

La stampa non è nata con Johannes Gutenberg. Nella più grande biblioteca del mondo, la Library of Congress a Washington, che contiene 138 milioni di libri e altri documenti, c’è un testo stampato (brani di un sutra buddista) del 770 d.C. (il più antico scritto in quella biblioteca è una tavoletta cuneiforme del 2040 a.C.). Nella seconda metà del quindicesimo secolo si sviluppò una nuova cultura e una nuova realtà d’impresa: l’editoria. Non si trattava solo di stampare, ma di “fare libri”. Si inventarono nuovi caratteri, stili di impaginazione, la punteggiatura, la numerazione delle pagine, la redazione, le edizioni critiche dei testi classici, eccetera. Gli italiani ebbero un ruolo importante in quello sviluppo. Non solo per le risorse tecniche, come la qualità delle cartiere di Fabriano.La stampa si diffuse rapidamente in tutta Europa. Si calcola che nella seconda metà del Quattrocento si siano stampati più di 30 mila libri in 20 milioni di copie – più di quante ne potevano aver prodotto gli amanuensi in tutta la storia precedente. Nel Cinquecento le copie divennero 200 milioni, le edizioni fra 150 e 200 mila. Le tecniche di stampa si sono evolute nel tempo, ma mantengono sostanzialmente la loro impostazione originaria. Le rotative cominciarono a svilupparsi fra il 1861 e il 1867. Vari metodi di composizione meccanica furono sperimentati fra il 1820 e il 1896, ma l’evoluzione risolutiva venne con l’invenzione della linotype nel 1886 e della monotype nel 1890 (solo dopo la metà del ventesimo secolo sostituite dalla fotocomposizione e poi dall’elettronica). “In principio era il libro”. Ma la stampa periodica era già sviluppata nel Seicento – e nel Settecento esistevano i quotidiani (in Italia dalla metà dell’Ottocento). Ciò che mancava era una diffusa “alfabetizzazione”. La lettura era un privilegio di pochi. Solo nella seconda metà del ventesimo secolo si è arrivati a una situazione in cui quasi tutti in Italia sanno leggere e scrivere – anche se, ancora oggi, si stima che due terzi della popolazione italiana abbiano “competenze alfabetiche molto modeste”. E oggi? In una larga parte del mondo non c’è libertà di stampa, di informazione e di opinione. Dove, come in Italia, è sancita dalla legge e radicata nella cultura, il quadro è tutt’altro che chiaro. Sono sempre esistite forme di comunicazione “a distanza e in tempo reale”. Tamburi, campane, trombe, eccetera, segnali di fumo (o di fuoco nella notte – compresi i fari per la navigazione, che esistevano più di duemila anni fa). Ma non vanno così lontano come le risorse che oggi ci sono abituali. Ai tempi di Giulio Cesare c’era un sistema di telegrafo (una rete notturna di segnali di fuoco) che permetteva di collegare Roma con le legioni nelle Gallie. Più veloce di quanto sia, ancora oggi, una lettera spedita per posta, ma non paragonabile ai sistemi che si sono sviluppati nel diciannovesimo secolo.

Le “date di nascita” sono più di una.

Il telegrafo nel 1844, il telefono nel 1877, il “telegrafo senza fili“ dal 1895, ma con un cambiamento fondamentale con l’esperimento di Marconi nel 1901, la prima trasmissione transoceanica, che apriva la via alle comunicazioni oltre l’orizzonte, da un’estremità all’altra del pianeta. C’entrano, ovviamente, anche la fotografia (1837), il cinema (1895) e il grammofono (1887) con vari successivi sviluppi di audio e video registrazione. E anche la ferrovia (1804), l’automobile (1883) e l’aeroplano (1903) perché la “mobilità fisica” è un elemento fondamentale nelle nostre capacità di conoscere e comunicare

Il cinema

Dicevano che il cinema avrebbe fatto morire il teatro. Era una scemenza – e infatti non è vero. Poi si è pensato che la televisione avrebbe ucciso il cinema. Altra panzana. Il cinema ha compiuto 114 anni e non dà alcun segno di vecchiaia. C’è una cosa che la televisione ha fatto sparire: il cinegiornale. Ma il cinema ha cento altre vite, compresa forse qualcuna che non è ancora stata inventata. Verrà un giorno in cui saranno quasi dovunque grandi schermi al plasma. O forse si evolverà in modi oggi imprevisti. Ma il cinema è il cinema, non cambia se sono diversi i proiettori, gli ambienti o gli arredamenti delle sale. Da cinquant’anni vediamo i film in televisione, da trenta registrati in una videocassetta (ora un dvd) – e possiamo anche vederli sul monitor di un computer “Andare al cinema” però è un’esperienza diversa. Nulla nelle prospettive oggi immaginabili ci dice che sia destinata a sparire. I fratelli Lumière pensavano che le sale di proiezione si sarebbero chiuse quando la gente avrebbe smesso di stupirsi delle immagini in movimento. Era probabilmente vero che se il cinema fosse rimasto solo quello si sarebbe ridotto a qualche padiglione nelle fiere, fra una giostra e un tiro a segno. Ma si è presto capito che il cinema poteva fare altre cose. Raccontare storie. Documentare eventi o luoghi poco conosciuti.

La radio

Dicevano che la televisione avrebbe fatto morire la radio. Un altro pezzo da mettere nel pittoresco museo delle previsioni sballate. Che si ascolti su uno apparecchio statico, con una cuffia mentre si va a spasso, in automobile, con un computer o con un telefono cellulare, la radio è la radio, com’era quando ha sconvolto e trasformato il mondo della comunicazione più di ottant’anni fa. Un fatto un po’ dimenticato è che la radio si era sviluppata, già in tempi che oggi sembrano remoti, non solo come emittenti a senso unico, ma anche come dialogo personale, nelle reti tuttora esistenti dei “radioamatori” come nella navigazione marina e aerea e nel sistema CB (citizen band) particolarmente usato nelle comunità dei camionisti. C’è una tecnologia che, a causa della comunicazione diretta per radio, è praticamente estinta: l’alfabeto Morse. Un po’ è un peccato. Perché un metodo semplice di trasmissione a punti e linee si può usare in mille modi – non serve solo ai carcerati per mandarsi segnali da una cella a un’altra. Non solo la radio è viva e vitale, ma in alcuni usi è insostituibile. E ha ancora interessanti possibilità di evoluzione. La si può ascoltare in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo, anche dove non c’è corrente elettrica (esistono radio a manovella che non hanno bisogno neppure di una pila). Ha una velocità di informazione che nessun altro strumento può pienamente raggiungere (neppure la telefonia mobile, perché basta una pila scarica o una mancanza di “copertura” per renderla inservibile). La radio (qualunque sia lo strumento con cui la si ascolta) è anche “unica nel suo genere” come presenza di compagnia. Molti la ascoltano non solo quando stanno guidando un’automobile, ma anche mentre lavorano. C’è anche chi (specialmente, ma non solo, mentre si occupa di faccende domestiche) lascia accesa la televisione e la ascolta senza guardarla. Cioè in quel momento, nonostante uno schermo inutilizzato, è una radio.

La televisione

Due cose sono di moda. Una è parlar male della televisione. L’altra è credere che tutto cambierà per motivi tecnici. Satellite, digitale, “alta definizione” – e non so che cos’altro qualcuno metterà in pista domani. Sono sbagliate tutte e due. Se una trasmissione ci annoia, o ci dà fastidio, il problema non è “la televisione”. È come è pensato e realizzato quel programma. Ma purtroppo non è vero che “basta cambiare canale”. Benché l’offerta oggi sia abbondante, anche andando in giro con il telecomando troviamo spesso la stessa zuppa. E a questo non si rimedia con le tecnologie. Il problema è l’abitudine. Il pubblico (specialmente quando è misurato con i “grandi numeri” su cui si concentra la contesa per l’audience) è abituato alla televisione così com’è e si aspetta che quella sia. Questo è un problema di tutta la comunicazione. C’è una generale “omogeneizzazione” di cui è difficile liberarsi. Da vent’anni ci stiamo dicendo che la televisione “generalista” dev’essere sostituita da qualcos’altro. Questo sarebbe un vantaggio non solo per gli spettatori e per le emittenti, ma anche per chi fa pubblicità e potrebbe raggiungere il pubblico più interessante con più selettività, meno spreco e meno affollamento. (Questo problema c’è anche con gli altri mezzi, ma è più evidente e ingombrante nel caso della televisione). La televisione è nata quando c’erano pochi canali (in Italia, all’inizio, uno solo). È ancora tutto da imparare il modo di farla quando possono essere centinaia. Insomma la televisione ha quasi sessant’anni, ma come la più anziana radio deve ripensarsi adolescente, reinventare la sua identità.

Computer e Internet

Sappiamo che l’elettronica è presente in quasi ogni aspetto della nostra vita. Oggi funzionano con sistemi elettronici i telefoni, le automobili, molti elettrodomestici, un’infinità di oggetti e aggeggi apparentemente banali. Anche la stampa dei giornali e dei libri è prodotta in elettronica. Ma qui vorrei esaminare la storia e la situazione attuale di due strumenti “relativamente nuovi” che sono entrati nella nostra “dotazione” di informazione e comunicazione: il personal computer e l’internet. “Progenitore” dei computer di oggi fu la difference engine progettata da Charles Babbage a Cambridge nel 1823 – con diversi successivi sviluppi fra il 1834 e il 1847. Ma solo nel 1853 furono realizzate le prime applicazioni pratiche, che ebbero scarsissima diffusione. Una di quelle macchine fu acquistata nel 1858 dall’osservatorio astronomico Dudley di Albany, New York – ma non usata seriamente (il direttore dell’osservatorio fu licenziato per quella spesa stravagante). Un’altra, comprata dal governo britannico, funzionò efficacemente e a lungo. Risultò altrettanto funzionante il modello sperimentale di una difference engine di Babbage costruito al British Museum nel 1989.

Nel 1935 nacque l’Ibm 601 – una macchina a schede perforate in grado di fare una moltiplicazione in un secondo. Nel 1937 Alan Turing a Cambridge sviluppò un progetto di computer, che fu realizzato negli Stati Uniti. La “macchina di Turing” è ancora oggi un punto di riferimento per valutare l’efficienza di un elaboratore. Quello che è considerato “il primo calcolatore logico programmabile” pienamente funzionante fu una gigantesca macchina a valvole costruita in Inghilterra nel 1943 per motivi militari, chiamata “Colossus”. La sua funzione era decifrare i codici delle comunicazioni cifrate dell’apparato militare tedesco. Si dice che la risultante capacità di intelligence abbia accelerato di due anni la fine della guerra. L’esistenza di quella macchina fu tenuta segreta fino agli anni ’70.

Un altro “progenitore” dei computer elettronici era Emac, un’enorme macchina costruita nel 1946 (aveva 18.000 valvole e occupava uno spazio di 180 metri quadri). Poco più tardi, nel 1948, con l’invenzione del transistor si apriva la strada alla “miniaturizzazione”. Nel 1949 Edvac (electronic discrete variable computer) fu il primo a nastro magnetico. Il primo di produzione industriale fu l’Univac della Remington Rand nel 1951. Si stima che nel mondo, nel 1953, ci fossero cento computer. Nel 1957 l’Ibm realizzò il sistema Ramac (random access method of accounting and control) che è considerato il progenitore dei hard disk. Era formato da 50 dischi di 60 cm di diametro e aveva una capacità di cinque megabyte. Costava, in leasing, 35.000 dollari all’anno. L’ipotesi di una larga diffusione del computer sembrava ancora molto lontana. Nel 1971 nacque il primo “microchip”. Il processore 4004, lanciato nel novembre di quell’anno, è il “progenitore” dei microprocessori di oggi. Qualche anno più tardi la Intel ha riconosciuto che l’autore di quel progetto era un ingegnere italiano, Federico Faggin. Nel 1975 fu prodotto il Cray 1, il primo “super computer”, che divenne l’unità di misura per le successive generazioni di macchine (a metà degli anni ’90 si superarono i mille “cray”). A San Francisco nel 1968 Douglas Englebert dello Stanford Research Institute aveva presentato un sistema con tastiera, mouse e interfaccia “a finestre” (il mouse era stato inventato da Englebert nel 1964). Era nato così il personal computer, che tuttavia cominciò a diffondersi solo alla fine degli anni ’70, il computer è entrato nella vita quotidiana delle persone da circa vent’anni. Intorno al 1980, quando ancora non si immaginava una diffusione estesa di computer per uso personale, cominciò a svilupparsi la convinzione che stavamo entrando in una nuova era. Dopo il nomadismo delle origini, i millenni della cultura e dell’economia agricola, e poi la rivoluzione industriale, era venuta, si diceva, l’era dell’informazione. Il che, in gran parte, è vero. Ma non ha, finora, raggiunto quegli sviluppi, umani e culturali, che era ragionevole immaginare, ma che nella realtà delle cose faticano a realizzarsi. Comunque la diffusione e l’uso del computer continuano a crescere. C’è anche un notevole aumento del numero di persone che usano un personal computer in casa. Ogni tanto rispunta un’idea bizzarra: che la rete sia una “sottospecie” della televisione. Sembra avere una particolare ripresa in questo periodo. Chi lavora nel mondo dei “mezzi tradizionali” ha sempre visto l’internet con fastidio e imbarazzo. Sulla carta stampata c’è stata una certa evoluzione. Sono ancora molti (ma non tutti) i giornalisti che diffidano della rete o ne parlano senza sapere che cosa sia. Sono ancora molti (quasi tutti) gli editori che cercano di concepirla come “un altro modo di fare le stesse cose”. Ma ormai appare accettata l’idea che la rete esiste e bisogna tenerne conto.

Era inevitabile che lo sviluppo delle tecnologie dell’informazione e dei sistemi di comunicazione portasse a qualcosa di simile all’internet. Il mondo televisivo, invece, non riesce ad accettare l’internet. Ne parla con disagio e ostilità, dimostra quasi sempre di non aver capito che cos’è. Approfitta di tutte le occasioni possibili non solo per lanciare furibonde “crociate” contro la rete ma per insinuare continuamente qualcosa che la renda sgradevole – o che la “addomestichi” riconducendola ai moduli culturali ed espressivi della televisione Internet è una fonte inesauribile di informazioni e di servizi. Attraverso la “rete delle reti” puoi visitare musei, consultare banche dati, seguire l’andamento della borsa ed accedere al tuo conto in banca, puoi fare la spesa, prenotare un volo aereo, una camera in albergo o un posto a teatro, puoi anche scaricare programmi e file musicali, trovare ricette della cucina italiana ed internazionale o i suggerimenti per aggiustare piccoli oggetti di casa e tanto altro ancora. Internet è un sistema di scambio di informazioni mondiale; per questa ragione può essere difficile trovare ciò che serve,ma i motori di ricerca ti possono aiutare. Ogni motore di ricerca ha uno spazio bianco, maschera o campo di ricerca, nel quale scrivere le parole relative all’argomento che ti interessa. Il motore di ricerca in pochissimo tempo ti restituirà un elenco di siti, tu dovrai cliccare sulle voci di questo elenco e navigare alla ricerca delle informazioni più utili. Internet è anche un potentissimo sistema di comunicazione. Con l’internet i ruoli sono cambiati. Ciò che un lettore attento poteva fare solo leggendo molti giornali e libri diversi, o passando giornate in biblioteca, oggi è molto più facile. Attraverso la rete puoi scrivere ad un vecchio amico, parlare con il collega lontano e conoscere persone nuove con cui condividere interessi e passioni. E-mail, mailing list, newsletter e chat sono gli strumenti che ti permettono di comunicare con gli altri utenti della rete a costi contenuti.

Vediamo in breve come:

E-Mail: la posta elettronica ci offre la possibilità d’inviare in pochissimo tempo messaggi ad una o più persone in tutto il mondo; inoltre ci permette di spedire immagini e documenti allegando alla comunicazione dei files.

Mailing list: questo strumento ci da la possibilità di incontrare persone con cui condividere le nostre passioni, dalla cucina alla poesia, calcio al cinema ed altro ancora.

Una volta iscritto ad una delle numerose liste presenti su internet riceveremo i messaggi scritti dagli altri utenti e possiamo inviare comunicazioni che verranno recapitate a tutti gli iscritti della lista.

News group: è uno spazio telematico che ci permette di scambiare pareri, opinioni, notizie con persone che condividono i nostri stessi interessi. In questo caso i nostri messaggi e quelli degli altri appartenenti al newsgroup verranno lasciati su una bacheca virtuale a disposizione dell’intera comunità on line, http://eccocosavedo.blogspot.com/ è uno dei tanti blog diffusi in internet, con collegamenti su You Tube, (canale con contenuti multimediali), Il Movimento creato da Marco Canestrari, è regolato dai principi di base e svolge la sua attività di divulgazione sia in rete che sul territorio dando spazio a singoli e gruppi di qualsiasi ideologia, dottrina o partito politico.

Chat-line: grazie ai programmi IRC (Internet Relay Chat) possiamo conversare in tempo reale con gli altri utenti della rete. Per chiacchierare in chat dovremmo solo scegliere un soprannome che ci identifichi (nickname) e digitare sulla tastiera i nostri pensieri.

Strutture di dialogo e scambio in rete si sono sviluppate, indipendentemente l’una dall’altra, prima che il protocollo TCP/IP (cioè inter-net) diventasse la risorsa di base su cui i diversi sistemi si appoggiano. Le origini concettuali si possono far risalire alla metà dell’Ottocento. Oggi ci sono 230 milioni di host internet nel mondo, 34 milioni in Europa, più di cinque milioni in Italia. Le percentuali di crescita, naturalmente, diminuiscono con l’aumentare della quantità, ma non si può definire “lento” sviluppo di un sistema che cresce del 36 % in un anno. Il problema non è la quantità totale dell’attività in rete, ma il modo squilibrato in cui è diffusa. La cosiddetta “globalità” è un mito. Per l’accumulo di diversi fattori (economici, culturali, politici – e anche di repressione e censura) nove decimi dell’umanità sono ancora esclusi dalla comunicazione in rete. Per quanto riguarda l’Italia, c’è stato un cambiamento fra il 1999 e il 2000. Dopo molti anni in cui la nostra presenza online rimaneva a un livello basso rispetto al resto del mondo, la crescita in Italia ora è più veloce della media internazionale. Qualcosa, davvero, sta accelerando. Ma, proprio per questo, diventa sempre più pericoloso lasciarsi travolgere dalla fretta. Oggi abbiamo strumenti che, pochissimo tempo fa rispetto alla storia umana, erano difficilmente immaginabili. Ma, per quanto ci sembrino abituali, non abbiamo ancora capito bene come usarli. Crediamo di essere “padroni” di queste evoluzioni, ma in realtà la nostra capacità di gestirle è molto confusa. Può aiutarci un fatto evidente, di cui si tiene troppo poco conto. Gli strumenti crescono e si evolvono, ma la sostanza non cambia. Come dicevo all’inizio, fin dalle più remote origini ci sono sempre state parole e lingue, pensiero e arte, poesia e narrazione, pittura e scultura, architettura e musica, spettacolo e teatro . Ci siamo sempre espressi per segni e simboli, gesti e parole, ragione ed emozione. Quella che sto cercando di dire è una cosa molto semplice, anche se spesso dimenticata. Comunicano le persone, non gli strumenti. Le tecnologie possono essere affascinanti. Se e quando funzionano bene – e sono usate con criterio – possono essere molto utili. Ma la risorsa fondamentale della comunicazione è una: la nostra umana capacità di ascoltare e di farci capire, l’arte della comunicazione sta nell’esplorare le risorse, scegliere quelle che meglio corrispondono alle nostre esigenze. Plutarco diceva «se sai ascoltare, impari anche da chi parla male». Chissà che cosa direbbe oggi! Non c’è umanità senza comunicazione. E nessuno, mai, può illudersi di aver imparato abbastanza. Il desiderio di imparare, cercare, esplorare, scoprire è la caratteristica più interessante della nostra specie. Se perdessimo quella qualità non avremmo più il diritto di chiamarci umani.


Fonti:
http://www.homolaicus.com/linguaggi/

http://www.facebook.com/l.php?u=http%3A%2F%2Fwww.sfi.it%2Findex.php%3Foption%3Dcom_content%26view%3Darticle%26id%3D60%26Itemid%3D64&h=2c566

http://it.wikipedia.org/wiki/Comunicazione

http://www.autostima.net/raccomanda/videocorsi/
"La comunicazione: ciò che si dice e ciò che non si lascia dire" di Mario Ruggenini

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